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The Two Italian Pupils of Rogier van der Weyden: Angelo Macagnino and Zanetto Bugatto

Creighton E. Gilbert
Arte Lombarda
Nuova serie, No. 122 (1) (1998), pp. 5-18
Stable URL: http://www.jstor.org/stable/43106306
Page Count: 14
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The Two Italian Pupils of Rogier van der Weyden: Angelo Macagnino and Zanetto Bugatto
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Abstract

Grazie al numero delle opere sopravvissute e alla ricchezza delle fonti scritte, in primo luogo le Vite del Vasari, il Quattrocento è forse la prima epoca della storia dell'arte per la quale sia possibile ricostruire il gusto artistico dominante, verificandolo direttamente sulle opere che sono giunte sino a noi. Biografie e corpus di quasi tutti i pittori aflora più apprezzati ci sono sostanzialmente noti. Tra le poche eccezioni vi sono i due artisti qui presi in esame, Angelo Maccagnino e Zanetto Bugatto. Il fatto che essi, anche se per vie diverse, fossero imitatori di Rogier van der Weyden può aver influito negativamente sulla conservazione e sulla memoria stessa delle loro opere, che sono state al centro di accanite ipotesi ricostruttive; tuttavia proprio questa loro anomala connotazione stilistica può aiutarci a riconoscerne la fin qui controversa autografia. Nel caso di Angelo Maccagnino, però, le proposte per identificarne le opere non hanno perseguito la ricerca dei caratteri 'rogieriani', mentre nel caso di Zanetto Bugatto si è fatto riferimento tanto all'influenza fiamminga, quanto alla sua specializzazione come ritrattista degli Sforza, ma senza abbinare fruttuosamente questi due fattori, che invece devono essere necessariamente tenuti compresenti. I tentativi di individuare opere attribuibili ai due pittori sono stati tutti sistematicamente sottoposti a fondate obiezioni: questo può essere spiegato sia con la perdita effettiva delle opere stesse, sia con la presenza di un elemento 'esterno' che ne blocca il riconoscimento. L'articolo suggerisce due modi diversi per tentare di sottrarle al loro nascondimento. Angelo è documentato come uno dei pittori delle Muse per lo studiolo del castello estense di Belfiore. I dipinti oggi comunemente associati con quell'impresa sono sei, giudicati come originali da alcuni, come derivazioni un poco più tarde da altri. Viene qui confermata quest'ultima opinione avanzando qualche ulteriore prova finora non considerata. Il fatto che due delle muse ancora esistenti presentino gli stessi attributi, rende difficile la loro appartenenza a un unico insieme originale; risulta pertanto più facile l'ipotesi che i due dipinti raffigurino la stessa musa, e siano entrambi derivazioni della serie di Belfiore. Molti altri indizi qui esaminati inducono a questa conclusione. Nessuno dei dipinti esibisce elementi di stile riconducibili a Rogier, ma questi appaiono ben riconoscibili nella radiografia che rivela l'aspetto originale della parte superiore di una delle muse (Milano, Museo Poldi Pezzoli), come peraltro largamente riconosciuto, mentre il resto dell'opera fu terminato da Cosmè Tura. Questa fase iniziale del dipinto va assegnata ad Angelo, dato che essa risulta confacente ad entrambi i dati da noi conosciuti su di lui, e cioè il suo essere seguace di Rogier e la sua partecipazione alla serie originale delle Muse. Quanto alle ricerche su Zanetto, esse hanno privilegiato due ambiti di indagine: i dipinti lombardi con chiare influenze fiamminghe, per lo più opere di soggetto religioso, non collegate alla sua attività di ritrattista, oppure, viceversa, ritratti di corte che però non presentano alcun richiamo all'arte di Rogier. Agli Uffizi di Firenze è però conservato un Ritratto del duca Galeazzo Maria Sforza che, mostrando uno stile 'rogieriano', sembrerebbe soddisfare entrambi i criteri necessari per identificare un'opera di Zanetto. Il fatto che esso non sia stato sinora collegato al suo nome è facilmente spiegabile, dato che un'attendibile fonte antica lo assegna a un artista fiorentino, Piero del Pollaiolo. Ma qui si propone che il ritratto sia una copia eseguita da Piero su un originale di Zanetto, un'operazione plausibile in un contesto nel quale i ritratti dei vari governanti erano spesso commissionati, scambiati, spediti e fatti copiare da altri governanti.

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