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Caradosso Foppa (ca. 1452-1526/27)

Clifford M. Brown and Sally Hickson
Arte Lombarda
Nuova serie, No. 119 (1) (1997), pp. 9-39
Stable URL: http://www.jstor.org/stable/43132385
Page Count: 31
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Caradosso Foppa (ca. 1452-1526/27)
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Abstract

Un breve elenco del 1491 sui migliori artisti attivi alla corte sforzesca collocava « Caradoxum statuariae artis antistitem » accanto a « Leonardum pictorem mollissimum » e a « Bramantem architecturae magistrum » ; nel 1508 Leone X ospitava nel Belvedere « alcuni maestri et architectori, li quali sono Abramante et Caradosso » ; Cellini, notoriamente assai parco di elogi, designava il Foppa come « il gran valent'uomo » : la straordinaria fortuna di questo orefice ed intenditore di gemme antiche è largamente testimoniata dai pareri dei suoi contemporanei e da una bibliografia che, proprio a partire dal Cellini, gli ha riservato un'attenzione inconsueta per un artista di cui a tutt'oggi non si conoscono opere sicure. Già a partire dal Vasari, però, attribuzioni sbagliate e fraintendimenti anagrafici e documentar! ne alterarono la figura, tanto che la forma stessa del nome con cui si apre questo contributo costituisce un risarcimento all'identità dell'artista, solitamente citato come « Cristoforo Foppa detto il Caradosso». Gli autori ripercorrono attraverso la disamina di una grande mole di documentazione archivistica e delle numerose testimonianze contemporanee la carriera di Caradosso Foppa: prima a Milano, poi presso i Medici a Firenze, quindi nella Roma di Giulio II, Leone X e Clemente VII; infine nell'Ungheria di Mattia Corvino. La conoscenza dell'artista si arricchisce così di moltissimi importanti dettagli, sfuggiti in precedenza anche a causa di una bibliografia vasta quanto peregrina. Il saggio è diviso in quattro parti. La prima comprende una valutazione generale della documentazione d'archivio e della letteratura contemporanea e si conclude con una breve riconsiderazione del problematico catalogo dell'artista; la seconda e la terza passano in rassegna i documenti relativi agli anni milanesi (1452-1505) e a quelli romani (1506-1527); la quarta analizza le testimonianze posi mortem. Una ricca bibliografia in ordine cronologico conclude l'articolo.

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