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ADAM SMITH, JURISPRUDENCE, AND EXTERNALITIES

William F. Campbell
Il Politico
Vol. 32, No. 1 (MARZO 1967), pp. 169-176
Published by: Rubbettino Editore
Stable URL: http://www.jstor.org/stable/43206592
Page Count: 8
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ADAM SMITH, JURISPRUDENCE, AND EXTERNALITIES
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Abstract

Le opinioni di Smith nel campo della giurisprudenza, non hanno ricevuto quell'attenzione che è stata invece dedicata alle sue opinioni economiche e perfino morali. Le sue opinioni nel campo della giurisprudenza formano un legame indispensabile fra la sua teoria morale e la sua teoria economica. Il concetto dello spettatore imparziale è la chiave per comprendere la teoria smithiana del processo decisionale. A livello individuale morale, è connesso con il processo psicologico della simpatia. A livello legale diventa più astratto e formale prescrivendo regole per le decisioni dei giudici e degli arbitri. A livello di politica economica diventa una norma di legge che richiede imparzialità per tutti i gruppi speciali e forma la base per l'attacco di Smith contro il privilegio speciale. Smith è una figura importante nel passaggio dalla Scuola di Diritto Naturale alla Scuola Storica. La prima ha trovato la fonte della legge nella natura dell'uomo, la seconda nella consapevolezza legale delle persone. Per Smith la natura dell'uomo è sociale e soggetta ad uno sviluppo sociale in evoluzione. Smith paragona le regole di giustizia alle regole di grammatica, non alle regole di matematica. Le regole di giustizia sono stabilite per evitare danni ad altre persone. I mezzi istituzionali per attuare la giustizia adoperati da Smith possono opportunamente essere discussi alla luce delle difficoltà generali degli attuali studiosi dell'economia del benessere per formare un giusto insieme di istituzioni atte a modificare in modo «ottimo» gli effetti esterni. Entrambe le alternative, quella di un governo onnisciente e senza scosse o quella di una legislatura quasi unanime presentano qualche difficoltà. Smith si rese conto che ci sono processi di legiferazione alternativi della legislazione, cioè la «common law» e il diritto dei giudici.

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