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Leopardi traduttore. La prosa

Leopardi traduttore. La prosa: (1816-1817)

Valerio Camarotto
Copyright Date: 2016
Published by: Quodlibet
Pages: 208
Stable URL: http://www.jstor.org/stable/j.ctt1dxg804
  • Cite this Item
  • Book Info
    Leopardi traduttore. La prosa
    Book Description:

    Tra il 1816 e il 1817, all’inizio della sua carriera poetica e nel pieno di un’intensa stagione di traduzioni in versi, Leopardi si dedica con entusiasmo al volgarizzamento dei testi appena scoperti da Angelo Mai: le opere di Frontone e alcune parti delle Antichità Romane di Dionigi di Alicarnasso. Rimaste inedite per volontà dello stesso autore, queste traduzioni sono state pressoché ignorate dagli studi. Eppure, come questo libro intende mostrare, l’incontro con i due scrittori antichi non solo costituisce un fondamentale tassello nel percorso intellettuale del primo Leopardi, ma lascia un segno notevole – a partire dallo Zibaldone – anche nella produzione futura, sul piano della riflessione estetica (l’imitazione e il rapporto antico/moderno), linguistica (la ricerca di una prosa italiana moderna) e morale (il confronto con lo stoicismo e la compassione).

    eISBN: 978-88-7462-956-5
    Subjects: Language & Literature
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Table of Contents

Export Selected Citations
  1. Front Matter (pp. 1-4)
  2. Table of Contents (pp. 5-6)
  3. Premessa (pp. 7-10)

    Questo volume nasce in stretta continuità con lo studioLeopardi traduttore. La poesia(1815-1817), anch’esso pubblicato da Quodlibet (2016): i due libri intendono formare una sorta di dittico, allo scopo di restituire un quadro complessivo della prima stagione traduttiva leopardiana. Alla suddetta monografia rimando dunque per maggiori dettagli a proposito delle versioni poetiche, nonché per una preliminare messa a fuoco delle questioni teoriche che costituiscono lo sfondo comune delle traduzioni, sia in versi sia in prosa, compiute da Leopardi tra il 1815 e 1817: soprattutto il problema dell’imitazione; il dinamico rapporto tra le regole dell’ «arte» e l’esigenza dell’originalità e...

  4. Tavola delle abbreviazioni (pp. 11-12)
  5. Cronologia (pp. 13-22)
  6. Parte prima Leopardi e Frontone
    • I «Virtù somma» e «sommo ingegno»: la scoperta di Frontone (pp. 25-34)

      Tra le non poche dichiarazioni elogiative disseminate nelDiscorso sopra la vita e le opere di M. Cornelio Frontone(1816), una in particolare restituisce, con efficace sintesi, i motivi della profonda ammirazione nutrita dal giovane Leopardi nei confronti del maestro di Marco Aurelio, ai suoi occhi raro esempio di felice connubio tra meriti letterari e alte qualità morali (la «virtù somma» e il «sommo ingegno» chiasticamente abbinati nella prosa leopardiana):

      Io confesso che non solo ammiro, ma amo ancora sinceramente il mio Frontone. Qual uomo infatti è più amabile di chi a una virtù somma unisce un sommo ingegno? Quest’uomo...

    • II La ‘giudiziosa’ imitazione, la retorica, la filosofia: il modello Frontone (pp. 35-62)

      La fecondità dell’incontro con il retore latino è testimoniata in primo luogo dalDiscorso sopra la vita e le opere di M. Cornelio Frontonee, in particolare, dal paragrafo XVI. Qui infatti Leopardi disegna, in termini del tutto elogiativi, l’appassionato ritratto di un autore duttile e versatile, non solo dotato di prolifica «immaginazione», ma anche in grado di controllare sapientemente gli strumenti linguistici e retorici, grazie a un attento equilibrio tra l’ «ingegno» e la padronanza dell’arte compositiva: «L’ingegno di Frontone fecondo in immaginazione, abile in porre in opera, giudizioso in disporre, si adattava in maniera meravigliosa a quasi tutti...

    • III Da Frontone a Isocrate: metamorfosi di un modello (pp. 63-78)

      Alla capillare assimilazione e alla rielaborazione degli spunti provenuti da Frontone fapendant, nel corso degli anni, una graduale ritrattazione dell’incondizionato apprezzamento dimostrato nel 1816-1817. Vero è che sin dallo scorcio conclusivo del 1816, come si è visto, Leopardi ripudia la traduzione conclusa solo pochi mesi prima; ma sarebbe inappropriato interpretare la rinuncia alla pubblicazione come sintomo di un già maturato ripensamento del modello frontoniano: lo suggeriscono i puntuali riscontri negli scritti coevi o poco successivi al volgarizzamento (di cui si è detto sopra), e lo conferma ulteriormente quanto si legge nell’articoloDella fama di Orazio presso gli antichi, uscito...

    • IV Frontone e Seneca tra filosofia e morale (pp. 79-92)

      In strettissimo connubio con il versante retorico e letterario, ad alimentare nel 1816 la fondazione del modello-Frontone concorre anche l’idea che l’oratore latino costituisca un paradigma morale degno di imitazione: «Frontone fu uomo dabbene. La sua eloquenza fu somma, e fu un nulla rispetto alla sua probità», si legge infatti nelDiscorsoprefatorio del mai pubblicato volgarizzamento.

      Il principale pregio morale di Frontone è indicato da Leopardi, sulla scorta di una massima di La Rochefoucauld («Nessuno merita di esser lodato come buono, se non ha forza bastante per esser tristo»)¹ , nell’esercizio pienamente consapevole e ponderato della «virtù» , nonostante...

    • V Tra provvidenza e compassione. Leopardi, Frontone e lo stoicismo (pp. 93-114)

      Avverso alla filosofia astratta e «sensibile alle sventure» altrui¹, Frontone consegna a Leopardi nel 1816 non pochi argomenti in contrasto con la declinazione più rigorosa e intransigente della dottrina stoica. Per Frontone, anzitutto, la vera saggezza (lasapientia) non risponde a uno schema aprioristicamente stabilito (che nella Stoa consiste nella perenne obbedienza alLogos); né essa può darsi senza un pragmatico ancoraggio a concrete e specifiche situazioni²: come l’uomo davvero eloquente è colui che adatta il registro e i contenuti alle circostanze, seleziona i vocaboli a seconda del contesto ed esercita con accortezza la capacità discrezionale del giudizio; così il...

    • VI Natura, ragione e desiderio. Frontone, Platone e la «Storia del genere umano» (pp. 115-130)

      Nel Denepote amisso, come si è visto, Frontone si riferisce alla ‘fortuna’ secondo un’accezione sostanzialmente negativa: come, cioè, a una forza insondabile che, al di là di ogni criterio razionale, agisce spesso iniquamente sugli uomini. In altri luoghi tradotti da Leopardi, tuttavia, proprio l’assoluta libertà e l’imprevedibilità della sua azione fa sì che essa sia associata – in termini questa volta positivi – alla ‘natura’ e, al contempo, contrapposta all’operato della ragione e dell’arte. Le coppie oppositive fortuna-naturavs. ragione-arte fanno in particolare la loro comparsa in una delle epistoleAd Marcum Caesarem¹, incentrata sul problema dell’origine dell’amore. Di fronte alla...

  7. Parte seconda Leopardi e le «Antichità romane» di Dionigi di Alicarnasso
    • I Dionigi tra scritto e parlato: alla ricerca di una nuova prosa (pp. 133-156)

      Una stretta contiguità lega il lavoro su Frontone all’altra traduzione in prosa del 1816-1817, quella dei frammenti delleAntichità romanedi Dionigi di Alicarnasso. Precisamente nello stesso arco di tempo in cui matura la decisione di lasciare inedito il volgarizzamento frontoniano (fine 1816-inizio 1817), Leopardi rivolge infatti la sua attenzione, con tempestivo slancio, ai nuovi lacerti dell’opera di Dionigi, anch’essi appena riportati alla luce da Angelo Mai¹.

      Ricevuta l’edizione dionisiana verosimilmente il 21 dicembre 2, a distanza di un mese (il 24 gennaio 1817) Leopardi sonda la disponibilità di Stella in vista di un’eventuale pubblicazione del volgarizzamento, che annuncia come...

    • II L’eredità di Dionigi: l’imitazione, la virtù, la retorica (pp. 157-174)

      Sebbene volutamente condannato all’oblio, il volgarizzamento delleAntichità romane– e più in generale il confronto ravvicinato con Dionigi di Alicarnasso¹ – ha lasciato impronte non trascurabili nella produzione leopardiana coeva e, soprattutto, successiva. Da non sottovalutare, in primo luogo, la già notata risonanza nelloZibaldonedell’associazione dialetto toscano-dialetto attico e la correlata indagine sul rapporto tra popolare/orale da un lato e cultura/scrittura dall’altro. Se già inZib. 43 Leopardi stabilisce che la «grazia […] che gli antichi greci traevano dall’Attico […] noi possiamo e dobbiamo derivare dal Toscano usato giudiziosamente»², è in particolare a partire dal marzo 1821 che l’attenzione leopardiana...

    • III Leopardi, Dionigi e lo «scartafaccio»: alle soglie dello «Zibaldone» (pp. 175-184)

      Uno sguardo accurato merita anche il vivace dibattito filologico sorto, tra la fine del 1816 e il 1817, in merito alla natura testuale dei frammenti rinvenuti da Angelo Mai nella Biblioteca Ambrosiana. Se Pietro Giordani, in accordo con il prelato bergamasco, aveva asserito che i lacerti riportati alla luce appartenevano a un compendio delleAntichità romaneredatto dallo stesso Dionigi di Alicarnasso, e se Sebastiano Ciampi aveva invece posto in dubbio la stessa autenticità dionisiana dei frammenti, dal canto suo Leopardi nellaLettera al Ch. Pietro Giordani sopra il Dionigiera giunto a una diversa conclusione: Mai aveva scoperto non...

  8. Indice dei luoghi leopardiani citati (pp. 185-188)
  9. Indice dei nomi (pp. 189-194)
  10. Back Matter (pp. 195-208)